Farina del mio sacco

‘Farina del mio sacco’ è un nuovo format che viene proposto ai lettori del portale Desio e La Sua Basilica. La firma dei contenuti che verranno pubblicati con cadenza settimanale è quella di Egidio Farina, profondo conoscitore delle persone e delle cose della città di Desio, quindi non solo di quello che riguarda la parrocchia della Basilica e più in grande la comunità pastorale cittadina.
Giornalista raffinato, Farina estrae dal proprio sacco della memoria storie imperdibili e originali. Ad alcuni queste righe (che accompagneremo con immagini spesso inedite) ravviveranno ricordi, ad altri verrà la voglia di scoprire situazioni del passato, ad altri ancora accadrà di trovare similitudini con l’attualità. Parlando di un mondo e di situazioni che non sono più, Farina offre a tutti una lettura delle vicende del giorno d’oggi, quelle che riempiono le televisioni o i social network.
L’obiettivo di ‘Farina del mio sacco’ è anche stimolare un confronto e magari sollecitare contributi, documenti nascosti in qualche cassetto o in qualche cantina.
Per tutto questo potete scrivere a info@desioelasuabasilica.it.

Le processioni con il sinnicchio e il tintinnabolo

Sull’altare, in basilica, è esposto l’ombrellone, il sinnicchio. Tranquilli – si usa dire oggi -, nessun colpo di sole. E’ solo tempo della processione del Corpus Domini. Il sinnicchio o ombrellone è una delle insegne della elevazione della chiesa desiana a basilica romana minore. Accanto c’è il tintinnabolo, il campanello. Tutte e due sono piuttosto pesanti. L’ombrello gigante è confezionato con un telo a spicchi rossi e gialli, con le immagini sacre sui ‘franz’, sulle frange. L’altro è un grosso bastone con la sommità intarsiata che si apre e accoglie la campanella che avvisa l’imminente arrivo del Santissimo. Molti anni fa (i ricordi sono di monsignor Carlo Sironi, indimenticato sacerdote desiano morto nel 2020) a portarli in processione era l’Orsenigo, un uomo forte che non si fermava davanti a niente, tanto era immerso nel ruolo di ambasciatore del Corpo di Gesù, nell’ostensorio tra le mani dal prevosto, sotto il baldacchino sorretto dai confratelli. Non si fermò neppure quella volta che la processione del pomeriggio venne sorpresa da un forte temporale. Il cielo divenne nero all’improvviso e tuoni e fulmini si scatenarono in un attimo. L’immensa fila di fedeli era nei vialetti tra i padiglioni del vecchio ospedale, subito dopo ‘ul punt da la bruna’, la salita di via San Pietro presso la camera mortuaria. Mancava poco alla basilica, ma la pioggia non aspettò. Ci fu il fuggi fuggi in cerca di riparo sotto le gronde. La ritirata di tutti. Tranne dei confratelli col baldacchino, del prevosto con l’ostensorio e dell’Orsenigo. Se i primi avevano almeno un minimo riparo (il baldacchino, appunto), lui no. Ma non fece una piega. Proseguì il cammino suonando la campanella. Al ‘nava a moj, commentavano poi i fedeli. Era a mollo. Bagnato da capo a piedi. Ma l’è rivà in gesa granda, è arrivato fino alla basilica. Le processioni per il Corpus Domini, in alcuni anni, sono state anche quattro. Due il giorno della festa: una al mattino, dopo la messa pontificale e una il pomeriggio, dopo i vespri cantati delle 15. Cantava il Pioltelli , dietro l’altare, consultando il libro con le parole scritte in grande, appoggiato al leggio. Poi tutti fuori, col percorso che cambiava di volta in volta. Col sole e il caldo, si poteva percorrere l’intero itinerario completamente all’ombra. La creavano le sandaline tirate da un lato all’altro delle vie. Era una gara ad addobbare case e portoni con altarini, fiori, immagini sacre, statuette. Nel corteo si distinguevano i confratelli con divisa e mazzetta rossi, col cordone alla vita e il medaglione col Sacro Cuore sul petto. E c’erano le consorelle, le figlie di Maria. Rolle. Nubili. Col velo bianco in testa e i vestiti neri lunghi fino alle caviglie. Il loro capo indiscusso era l’Erminia ‘Viunina’, la zia di don Luigi Giussani. Abitava alla foppa, nel cortile del Secchi prestinèe. Le rolle comandavano. Poi nel corteo venivano i chierichetti, i fanciulli cattolici, gli aspiranti, le suore, le tre bande cittadine e la gente, il popolo. Le processioni non si esaurivano il giorno della festa. Andavano avanti. Una terza era programmata la domenica successiva. Una quarta il giovedì della chiusura dell’ottava. Nessuno mancava. Di sicuro, davanti al Santissimo, l’Orsenigo c’era. E quando non ce l’ha fatta più, ma proprio più, ha lasciato l’incarico al caro e indimenticato Angelo Colzani.

Processione eucaristica conclusiva del 1937 in occasione dei festeggiamenti per l’inaugurazione della facciata marmorea della basilica. Si vedono le due insegne basilicali davanti al piccolo clero e ai canonici

Il sinnicchio

Il tintinnabolo

Crema, dolce città, non è lontana da Desio. Almeno oggi. Nel 1956 lo era certamente un poco di più. Altre strade e altre vetture. Ci voleva una giornata per arrivarci, restarci quel tanto che bastava, rientrare. Occorreva prepararsi per bene.  Pio, invece, ricorda che quella mattina dovette fare in fretta a raggiungere il cortile della casa parrocchiale. Non si aspettava che gli chiedessero di accompagnarli, lui, ancora giovane musicista. Ma accolse con piacere l’inatteso invito: monsignor Giovanni Bandera e il conte Mario Longoni lo volevano con loro per la prima missione a Crema, dai Tamburini, la fabbrica d’organi. Il prevosto da tempo pensava alla sostituzione dell’organo Balilla che stava in basilica, suonato dal maestro Molteni, accanto al quale cresceva il talento di Pio. Strumento limitato, quello – pensava il prevosto – per la chiesa della città dove è nato un papa, dove è stato battezzato, dove la sua casa comincia a valorizzarsi. Poi, dai, Balilla.  Un nome che ricordava tempi bui e gli riportava alla mente quell’episodio che lo vide coraggioso protagonista. Lui, il prevosto, aveva dovuto uscire sul sagrato, qualche anno prima, con autorevolezza e decisione, per calmare i fascisti. Per salvare la sua gente, i ragazzi dell’azione cattolica, quelli delle Acli e delle cooperative bianche. E per salvare pure don Alessandro Luoni, che nei solai dell’oratorio custodiva le armi dei partigiani. Tempi passati. Di Balilla rimaneva l’organo dietro l’altare e, sinceramente, era ora di togliere pure quello. Desio doveva avere le cose più belle. Il prevosto Bandera era deciso. Già aveva la chiesa più imponente del territorio, adesso serviva un organo prestigioso, importante, capace di accompagnare degnamente le funzioni e regalare musica sublime. Così, aveva deciso di far allestire un nuovo organo alla ditta Tamburini. Di Crema, appunto. E lo voleva avere a Desio, funzionante, in chiesa, l’anno dopo, nel 1957, per le ricorrenze programmate per il centenario della nascita di Achille Ratti, Pio XI, il papa che regnava quando lui veniva nominato prevosto. Il prevosto della città del papa. Altro che tricorno in testa e mantellina sulle spalle. Un organo da fare invidia: questo ci voleva! Aveva costituito il comitato per le onoranze per il centenario e aveva deciso di fare il passo. Forse più lungo della gamba. Di certo coraggioso. Un organo degna. Costi quel che costi. Dovessero arrivare i contributi per i danni bellici – si ripeteva – bene (anche se di danni bellici in basilica non ce ne furono, ma insomma, qualche bugia, a fin di bene, anche i preti la possono dire e pure certificare), altrimenti va bene lo stesso. Quel mattino partirono insieme sull’Alfa nera del conte Longoni, lucida come uno specchio, dentro e fuori, fatta uscire apposta dal garage della villa di via Grandi. Il conte al volante tenuto stretto tra le mani, le dita che sbucavano dai guantini da guida, il foulard sotto il collo della camicia, il prevosto al suo fianco, elegantissimo, la fila di bottoni sull’abito nero con gli orli rossi, il collarino ecclesiastico bianco e Pio, il giovane musicista, dietro, silenzioso, riverente, orgoglioso. Furono ricevuti con tutti gli onori. Visitarono la fabbrica, discussero i progetti già sottoposti e studiati con gli esperti, trattarono il prezzo. Fecero l’affare. L’organo venne allestito e arrivò puntuale a Desio. Consolle a tre gruppi, posizionamento dietro l’altare, abbracciato dagli stalli del coro ligneo del 1743. Posizione non del tutto felice, per la verità. Il velario che il sacrestano cambiava coi momenti liturgici frenava il suono che tornava con difficoltà all’organista. Più tardi, con le modifiche consentite dal Concilio Ecumenico Vaticano II, lo strumento venne portato davanti, dov’è tuttora. La sera del 7 ottobre 1957, tra le iniziative del centenario, l’organo fece sentire la sua voce ai fedeli per la prima volta. Lo fece come meglio non avrebbe potuto. Ad accarezzare i tasti, a pigiare i pedali, ad inserire e distogliere le canne fu chiamato il grande maestro e compositore Luigi Picchi, direttore del coro di Como. Lui da subito era stato coinvolto nel progetto che seguì nei minimi particolari. Quella sera le tre consolle vennero provvisoriamente poste sull’altare, sotto il tabernacolo, per permettere alla gente presente in basilica di seguire il volo delle mani del Picchi sulle tastiere. Suonava dando le spalle ai fedeli. Indossava sandali speciali per lasciare danzare i piedi sulle aste allineate. Il giovane Pio, Pio Garoni, gli era accanto. Il ricordo è dolce in lui. Si fonde coi profumi respirati quel giorno a Crema, con le melodie da lui successivamente proposte in tanti anni di servizio in basilica, coi volti della gente, i preti, i coristi, i fedeli. I silenzi, il buio, l’incenso, la preghiera.

L’organo Tamburini, gioiello della Basilica

Monsignor Giovanni Bandera

Il Concilio Vaticano II non era ancora stato convocato o forse lo era già, ma la sua conclusione e i suoi effetti erano lontani. In basilica, come in tutte le chiese, l’altare stava laggiù in fondo, sotto il tabernacolo, ed era sormontato da un telo immenso, un mantello che cambiava di colore col periodo liturgico. A quel bimbo ricordava il velo del tempio, quello che – come gli raccontavano i nonni – si squarciò il Venerdì Santo, tra i tuoni e i lampi, con Gesù sulla croce. Il prete voltava le spalle ai fedeli e parlava in latino. Tutta la messa era in latino. Lo Spirito Santo invece parlava anche in italiano. Non solo il giorno di Pentecoste. Tutte le domeniche. Dialogava in latino col prete e spiegava e pregava in italiano coi fedeli. Il bambino seduto in basilica accanto al papà ne era convinto:  quella voce che si sentiva in tutta la chiesa, forte e chiara, senza inflessioni dialettali, era dello Spirito Santo. Si diffondeva in modo omogeneo. Ovunque il papà lo facesse sedere, davanti, dietro, dalla parte di San Giuseppe o della Madonna, la voce non si allontanava e non si avvicinava. Lui vedeva il prete, i chierichetti, ma chi parlava, no, non lo vedeva proprio. Tirava il collo per allungare gli occhi oltre la panca, si alzava in piedi quando gli altri stavano seduti, sbirciava. Niente. Nessuno. Doveva per forza essere la voce dello Spirito, quella. C’erano altre spiegazioni?  Una domenica chiese al papà: <>. Un sorriso. <<Vieni, andiamo a cercarlo>>. Un giro largo per la Basilica, la mano nella mano del papà, fino ai gradini e alla porta della sacristia oltre la quale c’era un mondo inimmaginabile: profumo d’incenso, mobili alti e lucidi, quadri immensi, paramenti appesi, confessionali, candele, libri, fogli, fermento. Appena oltre l’accesso all’altare, sull’inginocchiatoio drappeggiato di rosso, celato allo sguardo dei fedeli in chiesa, stava un signore elegante e robusto. Con un microfono davanti. Aveva la voce del tutto simile a quella dello Spirito Santo. Si chiamava Giancarlo, era amico di papà. Tutte le domeniche faceva servizio in Basilica. Quella volta si tenne il piccolo accanto. Fino alla fine della messa. Poi gli spiegò che lui prestava solamente la voce allo Spirito Santo, il quale era ovunque, in chiesa e anche fuori. Lo assicurò che lo Spirito accompagnava tutti sempre e per ciascuno aveva doni speciali. Bastava chiedergli e lIl tabernacolo dell'Olio Santoui
L'inginocchiatoio di Giancarlocon una preghiera. In latino, in italiano o anche semplicemente in dialetto brianzolo.

Il mese di maggio dedicato a Maria comincia, guarda un po’, nel ricordo di suo marito Giuseppe, artigiano, falegname, legnamée. Legnamée di nome Giuseppe ce ne sono sempre stati a Desio, almeno finché le botteghe hanno aperto le porte sulle strade, nei cortili, in centro e in periferia, alle pareti il quadro impolverato che ritraeva il patrono con la raspa in mano, la resega poggiata al bancone,  Gesù e a Maria accanto a lui. Due di loro hanno il destino legato ai due santuari cittadini. La moglie di Giuseppe Carpanelli si chiamava Giuseppina , non Maria. Alto, magrolino, le gote scavate, i capelli mossi, i baffi appena pronunciati, aveva messo su bottega all’estrema periferia nord di Desio. In mezzo ai campi, quasi davanti alla cascina Bunom. Talmente fuori che pareva di non essere più nemmeno a Desio, là. Tanto che, quando Angelo fu costretto a nascondersi, nel ’44, a vent’anni, perché renitente alla leva, la zia Maria lo nascose lassù, in solaio. Un Angelo nascosto da Maria. Che era la moglie di Attilio, però. Attilio Manzotti, fine falegname, caposquadra e uomo di fiducia del Carpanelli. La bottega di Giuseppe si è presto allargata, il suo modo di lavorare incontrava sempre più il favore della gente che arrivava da lui da tutta la Brianza. Un giorno, incredibile ma vero, uscendo in auto dal cancello della fabbrica, con Giuseppina seduta accanto, non si accorse dell’arrivo del tram. Il botto fu tremendo. La macchina era un cartoccio. I soccorritori si misero le mani nei capelli: qui di sicuro son morti. Invece no. Se la cavarono. Fu un miracolo. Per sdebitarsi col cielo fecero costruire una chiesa lì davanti, sul loro terreno. D’accordo con monsignor Bandera, la dedicarono alla Madonna Pellegrina. L’altro Giuseppe legnamée era conosciuto come Pepino (con una pi sola, non come De Filippo, che di pi ne aveva due). Pepino di Liz (Mariani) era sposato con Regina. Di Lissone. Stavano nel cortile di via Lampugnani sotto l’ombra del campanile del santuario del Crocifisso. L’uscio di fianco al suo era quello del fratello Pedar, Pietro. Proprio come l’apostolo. La Regina di Lissone non era onorata nelle litanie mariane, ma era benvoluta da tutti. Avevano il resegausch, la segatura. Lo mettevano a disposizione dei vicini, per scaldare quelle case povere in tempo d’inverno. Erano ingegnosi: posizionavano una bottiglia nel bel mezzo del mucchietto di resegausch, glielo pressavano per bene attorno, poi toglievano la bottiglia e nella bocca del vulcano che avevano formato inserivano la carta ed accendevano il fuoco. La segatura induriva e formava i pellet di allora, da infilare nelle stufe economiche. Regina non dette figli a Pepino. Lui fu contento come una pasqua quando al nipote misero il suo stesso nome: un altro Pepino di Liz. A lui e al fratello Felice lo zio insegnò l’arte del costruire mobili. Restò in bottega anche quando fu colpito dalla malattia e dovettero amputargli le gambe. Alla morte della Regina, lasciarono il cortile e si portarono in via Diaz, in un ampio capannone nel quale I due nipoti, insieme alla sorella Carla, misero a frutto gli insegnamenti del Pepino, artigiano falegname.

La chiesa della Madonna Pellegrina

Il Santuario del Crocifisso